Cristina, la vampira del Golfo di Policastro: quando Maratea entrò nella letteratura dell’orrore
Anche il Golfo di Policastro ha la sua storia di vampiri. Non si tratta di una leggenda tramandata dagli abitanti del luogo, ma di un racconto letterario pubblicato nel 1905 da Francis Marion Crawford (1854-1909), scrittore statunitense nato in Italia, che aveva scelto proprio questo tratto di costa per trascorrere parte dell’anno.
Il racconto si intitola For the Blood Is the Life, letteralmente «perché il sangue è la vita», una citazione del Deuteronomio. In Italia è conosciuto anche con il titolo Cristina, dal nome della sua protagonista: una giovane donna destinata a diventare una delle più inquietanti figure femminili della letteratura vampiresca.
E in questo racconto appare anche Maratea.
Una torre a S. Nicola Arcella.
Alla fine dell’Ottocento Francis Marion Crawford acquistò una delle antiche torri costiere di San Nicola Arcella, costruite in età vicereale per difendere il litorale dalle incursioni dei corsari. La torre divenne la sua residenza estiva e uno dei luoghi nei quali si dedicò alla scrittura. Proprio da quella torre prende avvio il racconto.
È una sera d’estate. Il narratore e il suo ospite, un pittore scandinavo di nome Holger, hanno cenato sulla terrazza dell’edificio, affacciata sul Golfo di Policastro. Il paesaggio è isolato, selvaggio, quasi disabitato. In lontananza si scorgono le montagne e il mare, mentre le ombre della sera cominciano a trasformare i contorni delle cose.
L’attenzione di Holger viene attirata da uno strano tumulo, sul quale sembra apparire una figura umana. Ma, quando si cerca di osservarla più da vicino, la figura scompare. Quel luogo nasconde una storia terribile.
La tragica storia di Cristina.
Anni prima, in quella zona viveva un giovane di nome Angelo, figlio di Alario, un commerciante che aveva accumulato una discreta fortuna in Sud America. Angelo era benvoluto da tutti ed era prossimo a sposare la figlia di un’altra famiglia benestante.
Ma la morte improvvisa del padre cambiò il suo destino. Due malfattori riuscirono a sottrargli l’eredità, riducendolo in miseria. Venuta meno la sua posizione economica, anche il matrimonio fu annullato.
C’era però un’altra ragazza che amava Angelo: Cristina. Crawford la descrive come una giovane selvaggia e attraente, dalle labbra rosse, dagli occhi nerissimi e dal carattere indomabile. Una ragazza molto diversa dalle figure femminili convenzionali della società del tempo.
Cristina aveva amato Angelo senza essere ricambiata. E fu proprio lei a diventare testimone del furto che lo aveva rovinato. I ladri, per impedirle di denunciarli, la uccisero e ne seppellirono il corpo in una fossa, nascondendovi anche la refurtiva.
Ma la morte non segnò la fine della sua storia. Qualche tempo dopo, Angelo, ormai costretto a lavorare la terra per sopravvivere, incontrò nuovamente Cristina. La ragazza sembrava viva, bella come un tempo, capace di attirarlo a sé con una forza irresistibile. Ogni incontro, tuttavia, lasciava il giovane sempre più debole, come se qualcosa gli sottraesse lentamente la vita. Cristina era diventata una vampira.
La vicenda si conclude con l’intervento di un uomo di nome Antonio e di un sacerdote, che conosceva attraverso antichi libri l’esistenza di creature sospese tra la vita e la morte, capaci di uscire dalle tombe per nutrirsi del sangue dei viventi.
La vampira viene apparentemente sconfitta. Eppure, nelle notti illuminate dalla luna, la sua figura continua ad apparire presso il tumulo che custodisce il suo corpo.

Un’illustrazione originale del racconto della sua prima edizione.
Maratea di là, in lontananza.
Nel racconto di Crawford, Maratea compare in due passaggi particolarmente suggestivi. Il primo riguarda un giovane pastore, descritto come: «A very handsome young shepherd from the hills above Maratea», ovvero: «un giovane pastore molto avvenente proveniente dalle colline sopra Maratea».
Il ragazzo era innamorato di Cristina, ma lei non aveva mai ricambiato i suoi sentimenti. Un dettaglio apparentemente secondario, che introduce però una possibilità tragica: se Cristina avesse accolto quell’amore, forse il suo destino sarebbe stato diverso.
La seconda apparizione di Maratea è ancora più significativa. Dopo uno dei suoi incontri notturni con Cristina, Angelo si risveglia all’alba, completamente esausto e terrorizzato. Fugge verso casa e trascorre una giornata di lavoro interminabile, finché il sole non tramonta sul mare.
Crawford descrive allora il paesaggio con queste parole: «The great sharp hills above Maratea turned purple against the dove coloured eastern sky», ossia «Le grandi montagne aguzze sopra Maratea si tinsero di viola contro il cielo orientale color tortora».
È un’immagine di notevole forza visiva. Le montagne di Maratea diventano lo sfondo lontano di una vicenda in cui la bellezza del paesaggio mediterraneo convive con il terrore.
Ma possiamo spingerci oltre nell’interpretazione. Maratea sembra rappresentare il confine di quel mondo misterioso. È l’orizzonte al di là del quale gli spiriti e i demoni non camminano ancora tra gli uomini, ma continuano a vivere soltanto nelle storie che gli uomini raccontano.
Perché proprio nostro mare?
Per comprendere la scelta di Crawford bisogna ricordare come l’Italia meridionale fosse rappresentata da molti scrittori stranieri tra Ottocento e Novecento. Nell’immaginario letterario anglosassone, il Mezzogiorno era spesso considerato una terra affascinante ma arretrata, abitata da popolazioni superstiziose e caratterizzata da passioni violente, vendette e antiche credenze.
Era uno stereotipo che aveva radici lontane e che aveva contribuito anche alla nascita della letteratura gotica. Non a caso, già nel 1764 Horace Walpole aveva ambientato nell’Italia meridionale Il castello di Otranto, considerato il primo romanzo gotico.
Crawford sfruttò questa tradizione letteraria, ma con una differenza importante: conosceva direttamente il paesaggio che descriveva. La torre, le montagne, il mare, le campagne e l’isolamento di quel tratto di costa non erano scenari immaginari. Erano luoghi che lo scrittore aveva davanti agli occhi. E proprio questa familiarità contribuì a rendere credibile l’ambientazione di una storia assolutamente fantastica.
Prima di Dracula, le vampire.
Cristina appartiene a una tradizione oggi meno conosciuta, ma molto importante nella storia della letteratura dell’orrore: quella del vampiro femminile.
Prima che il conte Dracula, creato da Bram Stoker (1847-1912) nel 1897, diventasse il simbolo per eccellenza del vampirismo – una storia, la sua, tra l’altro molto travagliata, e che deve il suo successo più al teatro e al cinema che alla letteratura -, altri autori avevano dato vita a figure altrettanto memorabili. Tra queste spicca Carmilla, protagonista dell’omonimo racconto di Sheridan Le Fanu (1814-1873), pubblicato nel 1872: una giovane donna dall’apparenza delicata, dietro la quale si nasconde una creatura mortale.
Cristina si inserisce in questa tradizione, ma presenta caratteristiche proprie. Non è un’aristocratica misteriosa, né una creatura proveniente da un lontano castello. È una ragazza del luogo, vittima di un delitto, il cui amore non corrisposto si trasforma, dopo la morte, in una forza distruttiva.
Il racconto di Crawford ebbe una fortuna significativa. Fu pubblicato per la prima volta il 16 dicembre 1905 sul numero natalizio della rivista americana Collier’s e successivamente raccolto nel volume Wandering Ghosts, del 1911. A riconoscerne il valore fu anche Howard Phillips Lovecraft (1890-1937), che lo ricordò nel suo celebre saggio L’orrore soprannaturale nella letteratura tra le opere più notevoli di Crawford. A Maratea ne abbiamo parlato nel 2024, in occasione della pubblicazione dell’opuscolo I colori primordiali.
Halloween tra storia e letteratura.
A più di centoventi anni dalla pubblicazione, Cristina conserva un fascino particolare, soprattutto per chi conosce i luoghi nei quali Crawford decise di ambientarla.
Non abbiamo bisogno di immaginare castelli transilvani o paesaggi dell’Europa orientale. La scena è quella, familiare, del Golfo di Policastro: le torri costiere, i promontori rocciosi, le montagne che si colorano al tramonto. È qui che uno scrittore americano immaginò una giovane donna capace di tornare dalla morte per cercare l’amore che le era stato negato in vita.
E forse, in una notte come quella di Halloween, è bello ricordare che anche il nostro territorio ha trovato posto nella grande letteratura del mistero. Perché, almeno nelle pagine di Francis Marion Crawford, anche sulle rive del Golfo di Policastro i vampiri hanno camminato tra gli uomini.
Una postilla polemica: Halloween in Italia e in Basilicata.
Ogni anno, puntualmente, la celebrazione di Halloween suscita qualche polemica sull’estraneità di questa ricorrenza alle nostre tradizioni. Eppure, se è vero che la festa, nella sua veste contemporanea, è arrivata soprattutto attraverso la cultura anglosassone, è altrettanto vero che il rapporto con i defunti, la rappresentazione della paura e il ricorso a figure inquietanti appartengono da secoli anche all’immaginario popolare dell’Italia meridionale. Basti pensare alle credenze legate alla notte di Ognissanti e alla Commemorazione dei defunti, oppure, restando in Basilicata, alla straordinaria tradizione dei Cucibocca di Montescaglioso: misteriose figure incappucciate, con lunghe barbe, catene trascinate per le strade e grossi aghi con cui minacciano simbolicamente di cucire la bocca ai bambini. Un rito che si celebra il 5 gennaio, alla vigilia dell’Epifania, le cui origini rimangono incerte e che conserva elementi di travestimento, mistero e paura ritualizzata. Naturalmente Halloween e i Cucibocca non sono la stessa festa, né occorre immaginare una discendenza diretta tra tradizioni tanto diverse. Ma entrambe ci ricordano come le comunità umane abbiano sempre trovato modi per dare forma alle proprie paure, trasformandole in racconti, personaggi e occasioni collettive. Conoscere e custodire le nostre tradizioni non significa necessariamente rifiutare quelle altrui: nulla, infatti, è meno autarchico della cultura, qualunque accezione si voglia dare a questa parola. Magari, proprio una ricorrenza come Halloween può offrirci l’occasione per riscoprire un patrimonio di credenze e narrazioni locali che rischiamo, quello sì, di dimenticare.

