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Come individuare Maratea su una mappa della civiltà italiana

L’articolo precedente si chiudeva sollevando il tema di come la Storia potesse aiutare a orientarci e mostrarci il posto che occupiamo in un’ipotetica mappa del mondo, una mappa – sia ben chiaro – che usa coordinate molto diverse da quelle geografiche. Si dava quindi appuntamento alla settimana successiva… ossia a quindici giorni fa. Ma come ho lasciato intendere proprio in quel precedente articolo, a causa di impegni lavorativi, la puntualità non sarà il mio forte quest’anno.

Un ricordo personale.

Ricordo di un giorno, quando ero bambino. Ero steso a pancia in su sul letto dei miei genitori a pensare a chissà cosa. In qualche modo quel filo di ragionamenti mi portò a fare due domande a mio padre. La prima era: «L’Italia è importante per qualcosa?». Mio padre mi rispose di sì, riassumendomi, con la sintesi pedante dei maestri delle elementari, i contributi italiani alla storia del mondo. La seconda era: «E Maratea è importante?». Papà ci rifletté. Poi disse che poteva esserlo per qualcosa legata alla sfera del turismo.

La Basilicata in una cartina del XVIII secolo.

Ricordare questo aneddoto mi serve per tenere presente due concetti: il primo è che tutti desideriamo che la comunità o il gruppo nazionale al quale apparteniamo abbia un valore. Secondo, quando si parla di quel valore va chiarito il metro di giudizio e chi sono i soggetti che lo applicano.

Per sottrarci al momento di riflessione (o d’imbarazzo) che ebbe mio padre, alla domanda se Maratea sia importante e perché lo sia potremmo anche rispondere con un «sì, lo è per noi perché ci viviamo o ci siamo nati». Sarebbe una risposta con un’indubbia dignità sentimentale. Problema è che applicando questo metro restringiamo significativamente il numero di persone che possono dare un valore a Maratea e, parallelamente, aumentiamo a dismisura il novero dei luoghi al mondo con una qualche importanza, perché ogni essere umano è nato o vive da qualche parte.

Apparentemente anonima.

Guardandola su una carta geografica, Maratea non sembra avere alcuna particolarità se non essere l’unico comune della Basilicata ad affacciarsi sul mar Tirreno e trovarsi incastrata tra altre due regioni. Insomma, un nome da tenere a mente per superare una domanda di geografia in un quiz-show televisivo.

Cercando qualche immagine, poi, un nostro contemporaneo resterebbe colpito, forse incantato, dalla bellezza dei suoi paesaggi. Incuriositi, si scoprirebbe che Maratea si alterna a Matera quale località turistica più visitata della regione ed è stabilmente tra le più frequentate località balneari a sud di Napoli. Quindi, quantomeno è anche un nome da appuntare per le prossime vacanze, ma cos’altro?

Dov’è Maratea nella storia d’Italia?

Proviamo a cercare qualche lume nella Storia della cittadina.

Prima di riassumerla per sommi capi, è necessaria però una precisazione. La periodizzazione della storia di Maratea è stato sinora uno degli aspetti più deludenti – a mio avviso – della storiografia paesana. I libri di storia marateota si presentano per lo più come una collezione di episodi, aneddoti e curiosità. Ciò li priva di una struttura che leghi i fatti locali quantomeno al quadro storico del Regno di Napoli o della storia del Mezzogiorno variamente intesa o, ancor di più, che offra una lettura complessiva e organica della vicenda storica della città, con una propria e distintiva periodizzazione.

Il Regno di Napoli nella carta dell’Ortelius del 1574.

Non può essere questa la sede per sopperire a questa lacuna. Per comodità espressiva, possiamo dividere la storia cittadina in quattro macro-epoche, distinte proprio in base alla caratteristica principale che connotava la vita della città nel panorama storico contemporaneo.

Le tante vite di Maratea.

La prima “vita” di Maratea fu quella di fortezza: arroccata sul monte San Biagio, la vecchia Maratea Castello ebbe una certa importanza come roccaforte medievale, tanto da essere inserita nei castra (da intendere come città fortificate e non castelli) controllati direttamente dalla Corona durante il regno di Federico II di Svevia. Poi, allo scoppio della Guerra del Vespro, Maratea fu per diversi anni uno dei più vivaci teatri di battaglia sulla terraferma. Quella di Maratea nel Vespro Siciliano è ancora una  storia ancora misconosciuta e poco approfondita: si pensi che nelle duecento e più pagine del più recente libro di storia marateota le sono dedicate appena otto righe…!

La Basilicata nella carta di Mario Cartaro del 1613.

La segregazione della Sicilia dal continente, conseguente a quella guerra, sembrava dover condannare Maratea e gli altri paesi rivieraschi a un’economia di mera sussistenza, avendo privato le coste tirreniche di Calabria, Basilicata e Cilento del proprio naturale interlocutore commerciale.

Maratea, centro di commercio.

Invece, grazie alla crescita demografica di Napoli, alla conquista di città e regno da parte degli Aragonesi, la costa di Maratea diventò il punto di imbarco e sbarco dei prodotti che da qui si importavano ed esportavano dalla e verso la sempre più popolosa capitale. Dal Cinquecento alla fine del Settecento, il porto di Maratea fu tra i più importanti scali del Tirreno meridionale. Per dare un dato, nel 1778 la dogana di Maratea registrò un volume d’affari tre volte superiore a quella di Salerno. Quella di centro di commercio fu la seconda “vita” di Maratea, la più lunga sino ad oggi.

È anche quella che ha lasciato più segni, visibili ancora tutt’ora. Si pensi solo al fatto che l’attuale centro storico marateota, a differenza di simili insediamenti lucani, non si sviluppa intorno a una chiesa o a un castello. Si dipana invece intorno a un lungo corso detto piazza, cioè laddove si affacciavano (e si affacciano ancora oggi) le porte delle botteghe.

La figura storica dei marateoti.

L’eredità di quest’epoca non si esaurisce all’aspetto urbanistico. Resta, seppure in maniera indiretta, anche e soprattutto a connotare la figura storico-antropologica più caratteristica del marateota, cioè quella del commerciante.

Anche qui ci sarebbe da premettere una lunga lamentela su come questa figura sia così poco studiata nelle sue origini e sviluppi. Anzi, poiché l’economia meridionale si caratterizza per la limitatezza o, per certi versi, per l’assenza di uno sviluppo borghese e capitalistico simile a quello dell’Italia settentrionale, spesso si nega addirittura l’esistenza stessa di questa figura.

Il golfo di Policastro nella carta di Rizzi Zannone (fine XVIII sec.)

Per quel che ci interessa qui, il pensiero deve andare a quella figura del «mercatante» napoletano (aggettivo qui inteso come proprio del Regno e non della città), che la sensibilità sei-settecentesca esigeva dovesse legare alla fortuna economica virtù sociali, ossia sentirsi obbligato a “restituire” in azioni filantropiche parte dei suoi guadagni a beneficio dei bisognosi.

Un’eredità ancora presente.

A Maratea la presenza e il peso storico di queste figure sono evidenti ancora oggi. Non parlo semplicemente delle sopravvivenze antiche, quali possono essere il nome di quel Giovanni Antonio De Pino, che dopo aver fatto fortuna a Napoli volle donare i suoi averi ai concittadini per far costruire due conventi (e un conservatorio per fanciulle) o quello di Giovanni Di Lieto, che dopo una vicenda simile volle donare casa sua per farne l’ospedale civile. (Ci sarebbe anche da nominare Carmine Ventapane, forse la più affascinante di queste figure, ma paradossalmente il suo nome è scomparso dalla memoria collettiva: lo riesumai io in questo articolo di sei anni fa):

Mi riferisco ancor di più a quella sensibilità che, ereditata poi dalla figura degli emigranti che trasmettevano in patria le fortune fatte in America, ci fa percepire ancora oggi logico e naturale che il buon cittadino di Maratea debba, in misura delle sue risorse e capacità, adoperarsi in qualche modo per la comunità. Senza dilungarmi su esempi contemporanei, i quali potrebbero anche offendere modestia e privacy di qualche concittadino, si pensi solo alle tante attività delle varie associazioni di volontariato che operano sul territorio.

Questa sensibilità è un qualcosa che noi marateoti diamo per scontato e che biasimiamo vivamente quando non vediamo, ma che, in realtà, non è affatto tipico del mondo che ci circonda: è la cosa che, nella mia esperienza, più sorprende e incanta coloro che vengono a visitare la nostra cittadina.

Un passato più recente.

Dopo il 1806, con la conquista napoleonica del Regno di Napoli e il blocco continentale operato dagli inglesi contro Napoleone e i suoi alleati, il commercio marateota crollò. Le nuove vie di collegamento terrestri, che tagliavano fuori Maratea, portarono altrove i grandi traffici.

Ecco allora che, pur non rinunciando al piccolo cabotaggio, la terza “vita” di Maratea fu quella di centro di servizi. La cittadina fu sede di istituzioni di importanza circondariale come il Regio Giudicato (dal 1861 divenuto pretura), della dogana al Porto, dell’ospedale distrettuale (fino al XX secolo uno dei soli quattro in Basilicata!) e soprattutto di scuole.

Maratea nel 1853.

Nei progetti e nelle iniziative vòlte a rendere Maratea un piccolo centro di studi è più riconoscibile l’impronta data alla vita amministrativa dagli eredi dei commercianti settecenteschi, per la forza delle cose i più aperti e i più ricettivi verso le nuove idee e ai più moderni stimoli culturali. Anche in questo caso, la presenza di ben quattro scuole superiori, riferimento per i paesi vicini, sono un vivo retaggio di questo passato.

Il presente dalle misteriose origini.

Arriviamo all’ultima “vita” di Maratea, quella che dura tutt’oggi, quella di centro turistico. Qui, duole precisare, il biasimo verso la storiografia paesana raggiunge la massima evidenza. È davvero incredibile pensare che Maratea manchi ancora di studi metodologicamente moderni e ben documentati sull’origine e sullo sviluppo della sua storia turistica.

Se non fosse per le pagine che il compianto prof. José Cernicchiaro dedicò all’argomento nel suo ultimo lavoro, Maratea nel panorama postunitario, edito postumo nel 2011, oggi non sapremmo che Maratea fu la prima stazione balneare di Basilicata (e probabilmente tra le primissime a sud di Napoli) già nel 1918.

Se non fosse stato per quel piccolo ma fondamentale contributo, lo studioso, così come fa ancora oggi, per ovvie ragioni, il comune cittadino, che del passato conosce solo quel che ha visto e sentito durante la vita, dovrebbe anch’egli raccontarsi quella favola del turismo a Maratea tutto inventato da un imprenditore del Nord…

Il presente ha un cuore antico.

In realtà, le cose furono ben più complicate di così.

Abbiamo intuito come Maratea fosse da tempo luogo di passaggio di genti e merci a causa del suo porto e, per la presenza delle reliquie di S. Biagio di Sebaste, meta di pellegrinaggi.

Ma nel passaggio il XIX e il XX secolo la ragione principale della frequentazione di Maratea era divenuta un’altra: la talassoterapia. Le prime tracce di questa pratica risalgono agli anni ’30 del XIX secolo. A fine Ottocento era divenuto consueto che in estate Maratea si affollasse di bagnanti, per lo più provenienti dai paesi dell’entroterra lucano fino a Senise. (Ciò non deve sorprendere: occorre ricordare che fino alla metà del XX secolo la costa ionica lucana era falcidiata dalla malaria).

Il numero dei villeggianti che affittavano una camera o una intera casa al Porto o a Fiumicello era considerevole, tanto che nel 1918 il comune di Maratea adottò per la prima volta l’imposta di soggiorno.

Il Porto prima della costruzione del porto.

La fama di stazione balneare rinomata, rapidamente raggiunta, fece sì che Maratea fosse scelta nel 1925 per ospitare una colonia marina per i bambini bisognosi della provincia, che ebbe sede a Fiumicello. Anche Francesco Saverio Nitti, statista e meridionalista di fama europea, intanto aveva scelto la costa di Maratea, e precisamente Acquafredda, per costruire una villa, avendo bisogno di curare una malattia polmonare d’un figlio.

L’arrivo dei Rivetti e la parentesi industriale.

Lo sviluppo dell’economia turistica fu però ostacolato dai due conflitti mondiali. L’attività ricettiva riprese nel Dopoguerra. A questo punto, anche a causa delle disastrose condizioni causate dalla guerra, tra gli amministratori e gli imprenditori del paese si era fermamente imposta l’idea che lo sviluppo turistico potesse essere il volano dell’economia locale.

Nel 1951, tra le prime richieste di finanziamento del Comune di Maratea alla neonata Cassa per il Mezzogiorno ci fu quella per una Strada Panoramica sovrastante il Porto, pensata proprio per «incrementare il turismo in questa ridente zona di Maratea che per circa diciotto chilometri si affaccia sul mare con una costiera incantevole, per niente inferiore a quella Amalfitana» (queste le parole della delibera di richiesta del finanziamento).

Cartolina con carta stradale (Calderano.it)

Da parte privata, Antonio Cernicchiaro, imprenditore marateota che aveva fatto fortuna in Sud America, dopo aver fondato a Maratea e nei paesi limitrofi la ditta commerciale Casa Lucana, si fece promotore di diverse iniziative per la valorizzazione turistica del territorio. Tra queste c’era il progetto dell’apertura del primo moderno albergo, che doveva aver sede nei pressi della stazione ferroviaria centrale.

Ma l’iniziativa locale fu subissata da quella di un nuovo soggetto. Nel 1953 Maratea fu individuata da Ezio Oreste Rivetti, imprenditore laniero di Biella, come sede di un nuovo impianto industriale, ideato per intercettare i finanziamenti che la Cassa per il Mezzogiorno aveva messo a disposizione degli industriali del Nord Italia che avessero esteso i loro affari al Sud. A suo figlio Stefano, invece, è attribuita l’idea di allargare gli investimenti nel settore turistico. Stefano Rivetti si adoperò per distrarre parte dei proventi dell’industria laniera per la costruzione dell’Hotel Santavenere, che nel 1957 fu il primo albergo a cinque stelle aperto a sud di Napoli.

Il turismo dopo Rivetti, sino ad oggi.

Proprio una più attenta lettura della parabola delle fortune dei Rivetti a Maratea mostrano il reale significato storico del loro apporto allo sviluppo turistico del paese.

Di certo, un apporto importantissimo, essendo i finanziamenti della Cassa per il Mezzogiorno di fatto preclusi allo sfruttamento diretto da parte degli imprenditori del Sud. Ma non una “invenzione” da zero, anzi, al contrario, il riconoscimento di potenzialità che gli stessi marateoti, per ovvie ragioni, erano stati i primi a cogliere.

Il fatto stesso che lo sviluppo turistico continuò dopo il fallimento delle attività dei Rivetti, che nel 1973 subì un miliardario sequestro di beni per risarcire i creditori, è la prova più lampante di come questo sviluppo non fosse legato esclusivamente a un singolo soggetto.

Il Lanificio di Maratea nel 1957.

Il Lanificio di Maratea, poiché troppo dipendente dalle sovvenzioni pubbliche, andò incontro a una crisi dietro l’altra fino al fallimento. Dopo di allora, non solo il turismo continuò, ma crebbe: dato esaustivo è quello delle presenze turistiche, che passarono dalle 13mila del 1957 alle 51mila del 1977. In tempi recenti, pre-CoViD19, si è toccato il record delle 251.680 nel 2018.

Che valore ha la Storia di Maratea?

Al termine di questo lungo – davvero più lungo di quanto prevedessi di scrivere – excursus, riprendiamo il nostro discorso iniziale con maggiori consapevolezze. Ma sorge un’altra considerazione: quali e quanti di questi eventi che hanno coinvolto Maratea hanno un oggettivo valore? Quante anche solo delle cose che ho scritto quassù possono avere davvero importanza nel grande e ricco quadro della Storia d’Italia?

Non è un mistero che ancora oggi esiste un pregiudizio negativo su tutto ciò che riguarda la Storia del nel Mezzogiorno. Qui, la marginalità storico-economica degli ultimi secoli sembra esser stata retroattivamente estesa a tutto il passato: nessun evento, personaggio e fenomeno storico sembra importante quanto ciò che è accaduto in altre parti d’Italia. Per rendersi conto di ciò, basta aprire un qualunque manuale scolastico: la Storia d’Italia pare fermarsi a Napoli.

Il golfo di Policastro in carta settecentesca.

Si tratta però di una considerazione basata su preconcetto fallace. Non ci sono infatti valori oggettivi in questo senso, ma solo quelli che lo storico, a seconda dell’oggetto del suo studio, si pone il problema di cercare.

Se l’oggetto ultimo dello studio della Storia è l’Uomo, ossia l’essere umano (la nostra lingua è, in questo senso, ahimè, maschilista), il valore che possiamo cercare nella Storia di Maratea è proprio quello umano.

Una bellissima bugia.

Bisogna fare subito una importante premessa. È quella vòlta ad allontanare ogni considerazione imbevuta, più o meno consapevolmente, da determinismo geografico (ossia il pensiero secondo cui il rapporto fra ambiente naturale e società umana sarebbe regolato da causalità unidirezionale dal primo al secondo elemento. Il comportamento territoriale delle comunità risulterebbe “determinato” dalle condizioni fisiche di un territorio).

Ciò non soltanto perché l’inconsistenza scientifica di questo pensiero è stata ampiamente dimostrata negli ultimi cento anni, ma anche perché, nel caso di Maratea, un pensiero di questa specie è davvero fuorviante.

Il territorio di Maratea visto dal satellite.

È un’abitudine molto diffusa e ma davvero poco ponderata quella di attribuire le fortune, presenti e passate, di Maratea ai doni che la Natura avrebbe elargito, anche generosamente, al suo territorio. Ma chi crede che il ruolo dei marateoti delle varie epoche sia stato molto semplicemente quello di beneficiari di ricchezze piovute dal cielo si sta precludendo la corretta intelligenza delle cose. La realtà, semmai, è all’esatto opposto.

Guardando il nostro territorio sotto questa luce, infatti, dovremmo concludere che Maratea sia stata condannata dalla Natura alla marginalità storica e alla più nera miseria. Certo, all’occhio dell’Uomo moderno il territorio e in particolare la costa hanno degli alti pregi paesistici. Ma i doni della Natura si esauriscono all’aspetto estetico.

Bella, ma complicata.

La grandissima parte del territorio è montuoso e collinare e lascia pochissimi fazzoletti di terre alle coltivazioni di frutta e agrumi: da dimenticare quelle estensive di cereali.

Come se non bastasse, gran parte dei rilievi è orientata per offrire i versanti più larghi a est/sud-est o a nord. Ciò fa sì che uno sia arso per 13 o 14 ore dal sole estivo e l’altro, per pari tempo, sia all’ombra in inverno. (Neanche a parlare dei pochi e rocciosi versanti a ovest, omaggiati giornalmente dalla salsedine soffiata dalla brezza di mare). Ne consegue che, a parte per le pinete e i lecceti di recente formazione, non abbiamo avuto boschi d’alberi dall’alto fusto da cui attingere grandi quantità di legname.

Foto aerea della piana di Castrocucco del 1943. Si noti la precisa confinazione delle colture, limitate dai versanti montuosi e dall’area troppo vicina al mare (da Calderano.it).

Il territorio è ricco, in alcuni punti più che in altri, di sorgenti d’acqua, ma i terreni e soprattutto i sottostrati argillosi lo rendono anche molto franoso: la frana catastrofica del 30 novembre 2022 a Castrocucco è stata un cortese promemoria offertoci dalla Natura.

Appetita, ma distante.

Rocce e frane hanno reso – e rendono tutt’ora – molto difficile tracciare strade nel territorio e ancor di più quelle utili per collegare il nostro ai paesi vicini. Persino la costa è ben poco utile allo scopo. È alta e rocciosa anch’essa, con spiagge piccole e arenose, alcune delle quali neppure raggiungibili dalla terraferma.

Come se non bastasse, Maratea si trova nel punto d’Italia più lontano da una qualsiasi delle 15 città metropolitane (ossia i comuni più popolosi) della Penisola. Questo determina un pesantissimo handicap allo sviluppo di un turismo di prossimità che garantisca un numero consistente di presenze anche fuori dalla stagione estiva e delle ferie.

L’imprevedibilità della vita e della Storia.

Tenuto presente tutto ciò, com’è possibile allora – per dirne una – che per tanti secoli Maratea è stato un vivace centro di commercio? Considerati tutti questi limiti alle possibilità di produzione locale, da dove venivano quei prodotti esportati a Napoli dalla marineria marateota? Considerate le difficoltà dei collegamenti, come venivano smerciati nell’entroterra i manufatti importati dalla città? Considerata la posizione di Maratea nella Penisola, la sua economia basata sul turismo può considerarsi quasi un miracolo, inspiegabile alla scienza della geografia economica?

La semplicità della risposta nasconde la grande complessità delle cose. È semplicemente da tenere presente che, così come la vita per l’individuo, la Storia non si compone soltanto delle contingenze degli eventi a cui una comunità o un gruppo di persone è messa davanti. Soprattutto essa è la serie di risposte, di azioni e di progetti che quella comunità o un gruppo di persone mette in campo per affrontarle. È in questo senso che si dice che non è la Storia a fare l’Uomo, ma sono gli Uomini a fare la Storia.

Senza tenere conto del fattore umano, infatti, i libri di Storia potrebbero essere scritti dagli agronomi e dai geologi, il che è abbastanza assurdo anche a solo a dirsi.

Le coordinate storiche di Maratea.

Ed è proprio qui, finalmente, che giungiamo alla risposta del nostro quesito iniziale. Dove si posiziona Maratea in una classifica del valore e della importanza di contributi alla storia d’Italia?

Ovviamente da nessuna parte, per tale classifica non esiste e non può esistere. Non sono misure quantificabili, perché troppo variegati sono quei contributi e pertanto sono impossibili da equiparare per una scala di valore. Si possono solo fornire le coordinate di quei contributi, ossia cercare di collocarli in un àmbito dello studio della Storia.

Come suggerito in precedenza, tale àmbito è quello dove più prepotente emerge il fattore umano. La Storia di Maratea è una storia che ha per assoluti protagonisti gli Uomini, le loro azioni e le loro idee, i loro progetti, le loro conquiste e i loro fallimenti.

Cartolina del 1960 ed- Nicola Calderano

Cartolina del 1960.

Ci mostra con brutale evidenza che nella Storia, così come nella vita, raramente il fallimento è fatale e la vittoria, per contrasto, non è mai definitiva: la capacità di Maratea, nel corso dei secoli, di reinventarsi e cambiare pelle è assolutamente emblematica in questo senso.

Il fattore umano.

Il ruolo dei marateoti, come individui e come membri una comunità, è quindi la parte centrale del nostro discorso. Eppure, non è un mistero per nessuno che questo ruolo sia stato di recente molto ridimensionato o addirittura negato. Le ragioni di ciò hanno anch’esse una storia e saranno al centro del prossimo articolo: Lo stereotipo del marateota.

Luca Luongo

Luca Luongo

Io sono Luca e quella a lato è la mia faccia quando provo a rileggere un mio articolo. Nella vita racconto storie: a teatro le invento io, qui le studio dai documenti.

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