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Nelle puntate precedenti

1.

A tutti gli amici, concittadini e non di Maratea, un augurio per un sereno e proficuo 2024!
In questa prima settimana del 2024 riprendo a scrivere regolarmente – si spera! – piccoli contributi su questo sito. Li avevo sospesi lo scorso 28 giugno dando appuntamento per l’autunno. Gli impegni di lavoro non mi hanno permesso di rispettare la scadenza e, come lasciavo intendere in precedenza, anche ora temo di non riuscire rispettare sempre la regolarità: il fatto che questo articolo dovesse uscire ieri ne è una prova.

In ogni caso, sebbene a cadenze irregolari, è dal 30 aprile 2015 che scrivo articoletti su questo o altri siti riguardo la Storia e le storie di Maratea. Dopo quasi nove anni, sono il primo a chiedermi se continuare a farlo abbia ancora un senso e, se sì, quale esso sia.

2.

Prima di provare a rispondere, bisogna chiarire due aspetti.
Il primo è che a Maratea c’è sempre stata una grande domanda di Storia e di storie. Ce lo assicura un gran numero di pubblicazioni e il fatto che i diversi contributi a riguardo sul web – lontani dall’essere una mia esclusiva – sono sempre letti con interesse e da un numero di persone che negli anni è andato crescendo: le statistiche di visualizzazione dei siti ne sono prova certificata e verificabile.

Il secondo è che non c’è il rischio d’essere arrivati al punto di non aver più cose da dire. Solo per quel che mi riguarda, colleziono notizie sulla Storia di Maratea da tredici anni e mezzo e ho raccolto circa 35.000 pagine di documenti nei vari archivi d’Italia: per scrivere di tutto più che di nove anni avrei bisogno di nove vite…!

La domanda allora va intesa sull’utilità di tutto questo. Un’utilità che non va intesa nel senso d’uso comune, cioè come la proficuità di un’azione o la spendibilità di un’abilità per determinati fini, ma in un senso più profondo: è tutto questo un complicato passatempo intellettuale o la risposta a un bisogno che proviamo come individui e/o membri di una comunità?

Maratea Castello in una foto di inizio XX secolo

3.

Generalmente, ci vengono date due interpretazioni dello studio della Storia.
Nel primo, la Storia è la maestra della vita: nel passato sarebbero contenuti tutti gli insegnamenti utili al singolo per regolare il proprio vivere, nonché quei valori di base su cui fondare la società civile di ieri, oggi e domani. La memoria storica, intesa in questo senso, sarebbe non solo l’elemento alla base di una identità collettiva in un gruppo di persone o un’intera nazione dovrebbero rispecchiarsi, ma anche un vincolo di appartenenza che si acquisisce per lo più per nascita.

Nel secondo, lo studio della Storia è l’equivalente antropologico e sociale dell’anamnesi medica: nel passato si cerca l’origine dei mali che attanagliano un popolo o uno spazio geografico, siano essi un sottosviluppo economico o un ritardo nell’acquisizione di certi istituti, diritti o costumi rispetto ai popoli circostanti o alle regioni vicine.

Volendo (di molto) semplificare, nel primo approccio la Storia rappresenta un insieme di idee e di valori da affermare e difendere, sempre e comunque, nel presente e nel futuro, confidenti che in un punto indefinito del passato sia stato concesso a un determinato insieme di persone tutto quello che queste e i figli dei figli dei loro figli avrebbero mai avuto bisogno di avere. Nel secondo, viceversa, il passato è una ingombrante malattia da curare, se non da estirpare di sana pianta, per essere sostituito con nuovi e rinnovati modi di vivere, molto spesso giudicati migliori per il semplice fatto d’essere nuovi.

4.

Com’è ovvio, entrambe queste visioni non sono accettabili né dalla persona né – tantomeno – dallo studioso che vuole approcciarsi alla Storia in modo maturo.

Sfortunatamente, dobbiamo rassegnarci all’idea che da questi punti di vista la Storia non insegni proprio nulla. Non ci sono valori, idee o insegnamenti validi per ogni epoca o per ogni luogo o, ancor di più, per ogni persona. Così come per il singolo, l’identità è un concetto fittizio, creato dall’Essere Umano per necessità cognitiva, che un insieme di persone o un popolo mette in discussione, riformula e ristruttura giorno per giorno, rispondendo alle necessità particolarissime di ogni epoca.

Per lo stesso motivo, non ci sono culture, valori e idee oggettivamente o – peggio ancora – scientificamente inferiori o superiori rispetto ad altre, per cui diverrebbe possibile mettere in campo azioni sociali, economiche e politiche – altrettanto scientificamente messe a punto – grazie alle quali governanti e amministratori possano porre fine nell’arco di pochi decenni e secolari sperequazioni economiche, sociali e civili tra un territorio e un altro, o ancor peggio a cui pretendere di “educare” (o se preferiamo un termine oggi più di moda: “a fare integrare”) persone e popoli per poterli portare nel novero della civiltà.

Il Borgo, attuale centro storico, a inizio Novecento.

Per gli stessi motivi, lo storico neppure va considerato (o deve considerarsi) un giudice dell’Oltretomba, che distribuisce meriti e colpe a uomini e donne diventati cenere secoli prima ch’egli nascesse. (E ciò non solo perché, come scriveva Marc Bloch nella sua Apologia della Storia, Dante ci informa che Minosse riesce nel lavoro egregiamente già da sé). Il suo giudizio non è morale, ma solo causale: mentre il giudice deve ricostruire con precisione la serie di fatti che hanno portato a un determinato evento, lo storico compie un procedimento simile, ma si ferma quando ha chiarito cause e conseguenze. Lo storico non ha bisogno di esprimere un giudizio valoriale: ciò non ha senso per lui, perché il passato, ormai, è immutabile e non suscettibile ad alcuna sanzione.

5.

In parole povere, il senso e l’utilità dello studio della storia e della sua presentazione – si spera, in una prosa quantomeno decente – sono gli stessi di quel riassuntino, di solito presentato da una voce fuori campo che diceva «nelle puntate precedenti…» all’inizio degli episodi delle serie tv di una quindicina d’anni fa, quando non erano diffuse le piattaforme streaming (e la pratica del binge watching), per cui, di solito, tra la visione di un episodio e l’altro passava una settimana.

È insomma un modo per metterci tutti alla pari, per capire il mondo intorno a noi, il presente, attraverso il passato che lo ha generato. Una cosa di grande utilità soprattutto per quei giovani che arrivano in quel momento della vita in cui viene naturale guardarsi intorno e cercare di capire un mondo che per loro è ancora una cosa in gran parte nuova e che posto possono occupare in esso come membri di una comunità.

Proprio di quest’ultimo tema parlerà l’articolo della prossima settimana.

Luca Luongo

Luca Luongo

Io sono Luca e quella a lato è la mia faccia quando provo a rileggere un mio articolo. Nella vita racconto storie: a teatro le invento io, qui le studio dai documenti.