Perché la cappella di S. Biagio nella basilica è detta «Regia»?
All’interno della basilica di S. Biagio, oggi nel presbiterio, c’è un luogo che ogni marateota conosce: la cappella che custodisce le reliquie del santo patrono. È detta «Regia Cappella». Ma da dove viene quel titolo così solenne? Chi lo concesse, e perché?
Una cappella da duecento ducati.
Le forme che osserviamo oggi sono il risultato di trasformazioni succedutesi nei secoli. Per risalire alle origini bisogna partire dal 1618, quando due cittadini eletti dall’Università di Maratea inferiore al governo della chiesa e della confraternita promossero la realizzazione di una cappella marmorea. A raccontarlo è un documento settecentesco prodotto per il Sacro Regio Consiglio, un tribunale amministrativo del Regno di Napoli: «Nell’anno 1618 […] due patrizi della comparente […] fecero con intelligenza, ed approvazione della comparente costruirvi, e lavorare di marmi la ricca cappella del Santo, e promisero docati duecento per la sola opera all’artefice, come si giustifica dal pubblico istrumento che ne fu stipolato, in ratifica et approvazione d’essa comparente, radunata in pubblico consiglio.»
Duecento ducati per la sola opera dell’artefice non erano poca cosa. Purtroppo, il contratto notarile a cui allude il documento non è stato finora rintracciato: non conosciamo quindi né il nome di chi eseguì i lavori né l’aspetto originario della cappella. La struttura venne comunque nuovamente fabbricata e adornata di colonne e marmi nel 1621; nel 1687 fu ulteriormente impreziosita da stucchi dorati.

Interno della basilica tra il 1878 e il 1927.
Perché tanta cura per un ambiente ricavato dentro una chiesa già consacrata a S. Biagio? Perché quella chiesa aveva due identità. Era la parrocchia della Maratea superiore, dove si amministravano i sacramenti e si celebravano le funzioni ordinarie; ma era anche il santuario delle reliquie, meta di pellegrini, penitenti e ammalati. La cappella rese riconoscibile uno spazio specificamente destinato alla venerazione del martire, separandolo idealmente dal resto dell’edificio.
Il re entra nella storia.
La spiegazione tradizionale del nome «Regia» non è univoca. Mons. Domenico Damiano (1891-1969) attribuiva il titolo a una fantomatica «real carta» concessa nel 1622 da Filippo IV d’Asburgo; altri autori hanno immaginato una denominazione nata nell’uso popolare oppure collegata a una donazione del sovrano. Un’importante testimonianza settecentesca, però, indica una strada più precisa.
Nel Regno di Napoli la qualifica di cappella regia aveva un significato istituzionale: poteva contraddistinguere chiese poste, in forma effettiva o onorifica, sotto l’autorità della Cappellania Maggiore. E furono gli stessi ecclesiastici di Maratea a chiedere quella protezione.
Ciò rimase registrato nel libro Istoria delle leggi e magistrati del Regno di Napoli, compilata da Giuseppe Grimaldi, in cui annotò: «Nel 1619 il Capitolo, e Clero della Chiesa di S. Biase della Città di Maratea in Provincia di Basilicata avea supplicato il Re, perché la sottoponesse alla sua Real giurisdizione, e protezione dichiarandola Cappella Regia, anche a riguardo, che ivi riposava il glorioso corpo del Santo, che scaturiva continuamente manna.»
Il punto decisivo è proprio questo: non conosciamo soltanto una tradizione sul titolo, ma una richiesta formale del clero marateota. Nel 1619, peraltro, sul trono sedeva ancora Filippo III, padre di Filippo IV. Già questo particolare obbliga a rivedere la cronologia tramandata da Damiano.
Una concessione tutt’altro che semplice.
Il sovrano demandò la questione al viceré di Napoli, il duca d’Ossuna. Ma il riconoscimento poteva creare attriti con il vescovo di Cassano, sotto la cui giurisdizione ricadeva la parrocchia. Lo studioso e amico Biagio Moliterni ha rinvenuto in un archivio spagnolo una consulta che sconsigliava l’accoglimento della supplica proprio per evitare un simile contrasto.
La vicenda, però, potrebbe non essersi fermata a quel parere negativo. Un carteggio individuato nell’Archivio di Stato di Napoli fa riferimento a una concessione accordata nel 1629, verificabile — secondo il carteggio — negli atti del Regio Patronato. Finché questi ultimi non saranno consultati, sarebbe imprudente considerare definitivamente risolta la questione. È un indizio importante, non ancora la parola conclusiva.
Sicuro è invece che il re Filippo IV intervenne economicamente a beneficio della chiesa. Il 21 agosto 1636 le assegnò:
«alla ridetta Chiesa di S. Biase docati mille a titolo di limosina […] [e] grana 5 a staro d’oglio […] che si esigge in questa Fedelissima Città di Napoli, suoi Borghi, Distretti, e Casali.»
Mille ducati e un’entrata collegata all’olio riscosso a Napoli: un aiuto concreto alla manutenzione del santuario, da non confondere però automaticamente con l’atto di concessione del titolo regio.ì
Com’era la cappella prima dei restauri?
Per immaginare l’ambiente prima dei grandi interventi novecenteschi possiamo affidarci a Biagio Antonio Iannini, che ne lasciò nel 1835 una descrizione minuziosa. Sulla facciata, ai lati dell’ingresso, osservò: «due Colonne di finissimo marmo blù, colle basi di finissimo marmo parimenti, ma di color bianco […] vi sono scolpiti due Emblemi: uno della Real Famiglia del Ré nostro Signore […] l’altro della Città di Maratea, che forma tre Torri, il Mare dominante, coll’Aquila a due teste sopra la Torre di mezzo.»

La Cappella senza i marmi, durante lo spostamento degli anni ’40 del XX secolo.
Al di sopra della porta campeggiava il mezzo busto del santo e un’iscrizione latina: «Hic jacet Corpus Sancti Blasii Martyris», ossia: «Qui giace il corpo di San Biagio martire». All’interno si attraversavano due porte, una di ferro dorato e l’altra di legno verde con cornici dorate. Il pavimento era fatto di mattonelle smaltate e le superfici erano ricche di stucchi. Iannini descriveva così la decorazione: «Le pareti, e le volte della Lamia, sono interamente intrecciate di elegantissimi stucchi posti in Oro, a Mosaico.»
Il quadro oggi detto S. Biagio in Gloria era collocato sopra l’altare marmoreo della cappella: raffigurava il vescovo e martire assiso su una nube, nell’atto di proteggere Maratea superiore cinta di mura e torrioni. L’altare, dichiarato privilegiato nel 1686, fu trasferito durante i lavori del 1963–1969 sulla sinistra del presbiterio, dove custodisce oggi le reliquie di S. Macario; il dipinto si trova sulla parete vicina. Sono tracce di una disposizione della chiesa assai diversa da quella attuale.
Sette lampade, cinquantatré ex voto e quattordici cavalli.
Un’ultima fonte ci permette di entrare nella cappella del Seicento quasi seguendo i passi di chi vi lavorava. Il 9 settembre 1672 il notaio Giuseppe Mancini ricevette l’incarico di redigere un inventario dei beni della chiesa. Dopo aver elencato calici, paramenti, oggetti d’argento e arredi della sacrestia, passò alla cappella: «Item fatto accesso alla Cappella del glorioso S. Biase Martire dentro la quale si sono ritrovati li sotto beni sette lampe d’argento tra grandi e piccoli cioè sei dentro della Cappella et una avanti la porta di detta Cappella la quale sta appicciata. Item cinquantatre figuri d’argento novÿ di voti di fedeli per gratie ricevuti; quattordici cavalli di moneta ritrovati dentro detta Cappella; uno vaso dove si ricoglie la Manna di detto glorioso S. Biase.»
Bastano queste poche righe a far comparire un mondo: le lampade accese, cinquantatré figure votive d’argento donate per grazie ricevute, il vaso per raccogliere la manna e persino quattordici «cavalli», monete allora in circolazione nel Regno di Napoli. Anche l’abitudine di lasciare denaro presso le reliquie ha, dunque, una storia plurisecolare.
Regia Cappella, ma non soltanto.
Resta una singolarità. La supplica del 1619 riguardava la chiesa di S. Biagio nel suo complesso. Eppure il nome «Regia Cappella» si è radicato nell’uso comune per indicare soltanto il sacello delle reliquie. È forse il segno più eloquente della distinzione che già i marateoti del Seicento avvertivano tra i due spazi: la chiesa parrocchiale, con i suoi altari e i patronati familiari, e la cappella del santo che apparteneva, simbolicamente, all’intera comunità.
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